Il bracciale della magara

Sine Pagina - Il bracciale della magara
Foto di Antonella Perrotta ©Tutti i diritti riservati.
Racconto di Francesco Papa

Avevo perso ogni speranza di ritornare alla civiltà, quando vidi nel bosco fitto brillare due occhi.

L’oscurità stava scendendo sulla Sila e, dopo ore di cammino nelle quali mi ero accorto di aver girato in tondo tra i pini che cominciavano a essere rossicci, finalmente trovavo una sembianza umana a interrompere la monocromia dell’autunno appena iniziato.

Era la mia salvezza.

Corsi verso quegli occhi tristi e fuggitivi. La ragazza però s’affrettava più di me, la seguii a fatica fino a quando arrivammo a una piccola radura nel mezzo della quale spuntava una casupola diruta che appariva incredibilmente abitata. Mentre io inciampai su una radice e rovinai a terra su un tappeto di aghi di pino, lei raggiunse la casa e chiuse dietro di sé la pesante porta di legno. Raggiunsi a fatica la costruzione e bussai con tutte le mie poche forze.

«Aprimi, ti prego. Mi sono perso» gridai mentre ormai sfinito mi appoggiavo con la schiena al freddo muro di pietra. Non ottenni risposta. Deluso mi allontanai per cercare di nuovo la via del paese. Mi guardai intorno per individuare il punto del bosco dal quale ero venuto. Non ne avevo idea. Portai le mani alla testa e girandomi verso il piccolo edificio vidi di nuovo quegli occhi spuntare da una minuscola finestra. Quel contatto visivo mi rincuorò dandomi il coraggio di riavvicinarmi. Quando arrivai a pochi passi dalla casa sentii la serratura scattare e vidi la porta aprirsi.

Lei uscì. Ebbi così la possibilità di osservarla meglio. Al di là del vestito scuro troppo leggero per la stagione e tanto consunto da avere molte toppe e porzioni di stoffa sbrindellate, aveva un viso perfetto. Lineamenti dolci e sguardo intelligente. I capelli neri le scendevano lungo le spalle per tutta la schiena. Una cicatrice a forma di cerchio sulla guancia destra era l’unica cosa che ne certificasse l’umanità in un quadro di perfezione che mi fece tremare.

«Aiutami! Dimmi come uscire dal bosco» riuscii a chiederle.

Non rispose. Inclinò la testa verso il bosco facendomi segno di seguirla. Obbedii. Camminammo per qualche minuto tra i pini alti e, arrivati all’inizio di un sentiero battuto, mi fece cenno di proseguire, si voltò e scomparve nel bosco. Seguii quella mulattiera e dopo mezz’ora di cammino raggiunsi il paese e l’albergo nel quale alloggiavo.

Raccontai tutto a Carmine, il gestore della locanda. «Allora avete incontrato la magara muta!» sentenziò consegnandomi le chiavi della camera. Mi narrò così la storia di quella sventurata.

Nata mentre sua madre moriva, per le difficoltà del parto la levatrice aveva dovuto estrarla con un attrezzo che le aveva causato quella brutta cicatrice sul volto. Nonostante fosse stata cresciuta con amore dal padre e dai nonni, non aveva mai parlato e una volta che tutti i suoi congiunti erano morti si erano levate parecchie voci su di lei. C’era chi pensava semplicemente che portasse sfortuna e chi credeva fosse una magara e Carmine era tra questi. Di certo era stata costretta ad abbandonare il centro abitato e rifugiarsi nei boschi per sfuggire alle occhiate malevoli e alle reazioni violente dei compaesani che mal digerivano persino un suo solo sguardo. Inoltre c’era chi l’aveva vista preparare delle pozioni magiche con le erbe per curare le ferite e, invece di rivolgersi al medico del paese, aveva curato suo padre ammalato con degli unguenti da lei preparati.

«E come vive? Cosa mangia?» domandai stringendo nel pugno destro la chiave.

«E chi lo sa? Mangerà funghi e bacche, nel bosco a seconda delle stagioni ci sono frutti che possono sfamare chi li conosce bene, figuriamoci una magara! E voi che siete un botanico dovrebbe saperlo» mi ammonì il locandiere.

Il giorno dopo, di buon mattino, ritornai nel bosco munito del mio taccuino. Mi misi subito a lavoro per classificare le specie di erbe presenti tra i pini, molto diverse da quelle dell’orto botanico dell’Università di Würzburg da cui provenivo. Ero tuttavia poco concentrato sul mio compito. Anziché scrutare nel sottobosco alla ricerca di esemplari rari, guardavo tra i tronchi alla ricerca di un movimento, un’ombra, che mi riconducesse a lei. Mi scossi, non potevo rischiare di perder tempo né di perdermi nuovamente tra i pini.

Così mi procurai un bastone e cominciai a rimuovere dalla base di un fusto degli aghi secchi perché mi pareva di aver intravisto un prezioso esemplare di Epipogium aphyllum, volgarmente detta Orchidea Fantasma. Più ripulivo il terreno e più mi convincevo di aver ragione e quando ne ebbi la sicurezza per l’euforia gettai il bastone a terra. Il tonfo del bastone probabilmente spaventò una vipera che stava preparando il suo nido per il letargo proprio sotto quell’albero e che uscì dal suo nascondiglio mordendomi alla gamba destra. Alzai i pantaloni fino al ginocchio. Sul polpaccio avevo due fori distanti circa un centimetro tra loro. Bruciavano e iniziarono a gonfiarsi. Cominciai ad urlare dal dolore. Non riuscivo a muovermi. Ero paralizzato più dalla paura che dalle fitte.

Lei dovette sentirmi perché dopo pochi istanti comparve dal nulla. Forse era sempre stata lì. Mi guardò la ferita e snodò un bracciale di erba che aveva al polso con il quale legò energicamente la gamba poco sopra la ferita. Raccolse da un cespuglio vicino una manciata di santoreggia e cominciò a strofinarla sui fori del morso.

Svenni. Mi risvegliai nella camera della locanda. Carmine non sapeva come fossi arrivato lì, mi avevano trovato agonizzante sotto il portico d’ingresso. Il dottore mi aveva iniettato un antidoto perché aveva notato e riconosciuto il morso e così ero sopravvissuto. Appena mi ripresi consultai il mio manuale di erboristeria e scoprii che la Ginestra contiene sparteina, una sostanza che regola il ritmo cardiaco, e la Santoreggia ha un alto potere disinfettante.

La magara muta mi aveva salvato per la seconda volta.

Ritornai spesso nel bosco a cercarla, ma non la rividi mai più.

Francesco Papa, giornalista pubblicista, laureato in Lettere e in Filologia Moderna, scrive su testate online e cartacee occupandosi prevalentemente di letteratura, politica e ciclismo. Ha pubblicato Per un pugno d’arance (PAV Edizioni), finalista nazionale al Premio La Giara della Rai rappresentando la Calabria nell’edizione 2017. Vincitore del premio Agitazioni Letterarie Castelluccesi 2023 (sez. romanzo inedito), del premio Fuscaldo incontri diVersi 2023 (sez. poesia inedita), finalista dei premi letterari “Calabria in versi” e “Torre Crawford” (I e IV edizione), finalista dei premi “Bicicletterario”, Concorso Letterario Internazionale “Le parole arrivano a noi dal passato” VII edizione, e “Concorso Letterario Nazionale Le notti delle magare X edizione”.

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Chi sono

Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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