Donna o brocca? Dal matrimonio riparatore e il delitto d’onore al femminicidio

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Particolare di copertina del romanzo “Oliva Denaro” di Viola Ardone

di Antonella Perrotta

“La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia, così dice mia madre.”

Inizia così Oliva Denaro, il romanzo con cui Viola Ardone, seppure senza mai nominarla, rende omaggio a Franca Viola, la ragazza siciliana rapita e violentata dal suo pretendente.

La storia personale di Franca Viola ha rappresentato un importante tassello nella Storia delle conquiste femminili poiché ha portato all’attenzione della società – e anche della politica e del diritto che della società sono interpreti – la questione di una condizione femminile mai completamente libera dal “peso” o dalla “colpa” di essere donna.

Lei, Franca Viola, la giovane che con l’appoggio della famiglia si oppone alla paciata e affronta, invece, un faticoso processo giudiziario e sociale in cui si ostina a chiedere (e ottiene) la condanna di chi l’ha rapita e violentata, riesce, da sola, a scuotere le coscienze. Nell’Italia degli anni ’60, ci si comincia a domandare se la donna, la femmina, quella “cosa” nel possesso e nella disponibilità dell’uomo, quella brocca di coccio che, a differenza dell’uomo che brocca non è, resta rotta per sempre e può essere salvata dall’infamia soltanto da chi l’ha rotta, sia veramente una cosa o, piuttosto, una persona, un essere umano con gli stessi sacrosanti diritti di un uomo. Se davvero appartenga a qualcun altro che non sia se stessa, se possa essere costretta ad amare chi non ama per liberarsi dall’infamia di essere stata rotta. Se sia una questione d’onore, questa, o di umanità, di rispetto per l’essere umano.

“L’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”: così, dichiarò Franca Viola.

Ma cos’è l’onore?

Un concetto astratto, adattabile ai tempi e alle circostanze, che può voler dire uomo che merita davvero rispetto o delinquente che impone con la forza la sua pretesa di rispetto. Per la donna, l’onore significava arrivare vergine al matrimonio e non tradire mai suo marito, pure se quel marito non l’aveva scelto lei. L’onore riferito alla donna era un sentire, un pensare, così socialmente radicato da giustificare o attenuare comportamenti penalmente rilevanti, anche un omicidio.

Così, l’articolo 544 c.p. del Codice Rocco del 1930, sul matrimonio riparatore, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di un minorenne, qualora fosse stato seguito dal matrimonio riparatore tra l’accusato e la persona offesa.

Così, l’art. 587 c.p. prevedeva il delitto d’onore, cioè la riduzione di pena per chi, per difendere il proprio onore o quello della propria famiglia, in stato d’ira uccideva, o feriva, il coniuge o la figlia o la sorella qualora ne avesse scoperto una relazione carnale illegittima.

Così, l’articolo 559 c.p. prevedeva la punizione in caso di adulterio per la moglie, ma non applicava la stessa pena al marito e al concubinato del marito.

Il concetto d’onore era, quindi, strettamente legato a un’idea di giustizia in cui le offese personali si risolvevano “inter nos” col benestare del diritto.

E se l’art. 559 c.p. è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale con sentenze 126/1968 e 147/1969, bisognerà attendere sedici anni dopo il caso di Franca Viola, il 1981 cioè, perché l’Italia dica finalmente addio al matrimonio riparatore e al delitto d’onore. Nonostante i principi costituzionali avessero già da tempo, dal 1948, sancito l’uguaglianza e la parità di diritti tra uomini e donne in pressoché ogni settore, fu soltanto nel 1981, che la donna non fu più, dal diritto almeno, ritenuta proprietà dell’uomo, non fu più soggetto passivo privo di cervello, di pensiero, di volontà e libertà di scelta.

Ma fu soltanto nel 1996, dopo la legge sul divorzio, dopo lo Statuto dei lavoratori, dopo la riforma del diritto di famiglia, dopo la legge sull’aborto, fu soltanto dopo queste battaglie risoltesi in importanti riconoscimenti con ripercussioni sul mondo del lavoro, sulla salute, sulla convivenza familiare, che lo stupro cessò di essere reato “contro la morale” per essere riconosciuto quale reato “contro la persona”. Fu soltanto nel 1996 che alla donna – protagonista della nascita e della costruzione di una Repubblica, la nostra, figlia di padri tanto quanto di madri – si riconobbe per davvero piena dignità di essere umano.

Da allora, mutato il punto di partenza, molti sforzi legislativi e giurisprudenziali sono stati compiuti per combattere la violenza di genere e cercare di garantire adeguata protezione alle donne prevedendo norme più severe per i reati sessuali, riconoscendo che anche la violenza psicologica può costituire una forma di maltrattamento, rafforzando i diritti delle vittime durante le fasi processuali, adottando e ratificando convenzioni internazionali, come la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, volte a combattere la violenza sulle donne.

Sono state emanate norme per la violenza e i maltrattamenti in famiglia, fenomeno, quest’ultimo, ancora sommerso per via della frequente dipendenza economica delle donne dagli uomini e per via di quella antiquata e radicata cultura che voleva ad ogni costo preservare l’unità del nucleo familiare. È stato previsto il reato di stalking e sono state individuate, differenziandole dalle minacce, le condotte persecutorie, le misure e i percorsi di tutela per le persone offese.

È stato previsto (L. 119/2013) il reato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela o convivenza con la vittima di sesso femminile, il cosiddetto “femminicidio”. Con il Codice Rosso, così detto per via del colore del codice d’emergenza usato per segnalare i casi di violenza di genere (L. 69/2019), si sono ancora più rafforzate le tutele processuali delle vittime di reati violenti, con particolare riferimento a quelli di violenza sessuale e domestica, sono state introdotte nel codice penale nuove figure di reato (tra cui il delitto di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, quello di diffusione illecita d’immagini o video sessualmente espliciti e quello di costrizione o induzione al matrimonio), sono state aumentate le pene per l’omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela o convivenza con la vittima (femminicidio), sono state introdotte modifiche al Codice di Procedura Penale per consentire un intervento tempestivo delle forze dell’ordine coordinato al sistema giustizia, è stata prevista l’attivazione di misure di protezione immediate per le vittime di violenza di genere.

Nella consapevolezza, sempre più consapevole, che il supporto alle vittime di violenza è un impegno non solo statale, ma anche sociale e individuale, che coinvolge diversi attori, si è fissato l’obiettivo di fornire un approccio integrato che comprenda assistenza psicologica, protezione fisica, sostegno legale e programmi di reinserimento per aiutare le donne a uscire da situazioni di pericolo e fornire loro protezione e assistenza. Centri Antiviolenza, Case Rifugio, Servizi di assistenza legale, Numeri di emergenza, Formazione delle forze dell’ordine, Campagne informative, sono alcuni degli strumenti di supporto previsti in Italia.

E, dopo la violenza su Giulia Cecchettin, si è pensato, oltre al potenziamento delle strutture antiviolenza, anche a una campagna informativa per l’educazione dei giovani all’affettività. Perché la violenza di genere è una problematica sociale che il diritto da solo non riesce ad arginare. Questa è la verità.

Si continua a sperare che l’educazione, la sensibilizzazione, la prevenzione, possano creare una società più equa, più inclusiva e più sicura per le donne. Ma resta il fatto che, fino a neanche una generazione fa, la donna era soltanto una femmina di cui l’uomo poteva disporre col beneplacito dello stesso diritto e della c.d. morale. Resta il fatto che ancora, evidentemente, nonostante gli sforzi compiuti, le coscienze non sono mature per una vera inclusione e visione paritaria della donna in tutti i settori, da quello familiare e affettivo a quello lavorativo.

Resta il fatto che, ancora, anche senza il beneplacito del diritto, per molti la donna resta una brocca che un uomo può possedere, bistrattare, rompere e gettare nel secchio quando non serve più.

Questo argomento è stato trattato nel Corso di Cultura Generale, a.a. 2023-2024, di UniAuser Paola in collaborazione con Auser e Servizio Civile Universale.

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Chi sono

Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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