Un sapore dolce di marshmallow

Il sapore di marshmallow
Opera di Mario Perrotta, per gentile concessione dell’artista. ©Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata
Racconto di Monica Girimonte

È lunedì mattina. La campanella suona, sono già in classe da qualche minuto. Ho fatto presto stamattina. Eppure, la giornata è iniziata pigra. Caffè, colazione al volo e poi in auto a macinare chilometri. I ragazzi entrano chiassosi, le voci tintinnanti come monetine in un bicchiere di cristallo. Qualcuno sbadiglia, qualcuno è già gasato. Le ragazze fanno il loro ingresso a testa alta, forti di una sicurezza che la loro età infonde. Ormai, sono in terza media. I loro corpi aggraziati le mettono su un piedistallo che le eleva al di sopra della goffaggine dei loro coetanei maschi. Labbra velate di rossetto, mascara, occhi da cerbiatte e consapevolezza di sguardi di ammirazione.

Aspetto che si sistemino tra lo stridio di sedie, banchi e voci prima di fare l’appello. Oggi non ho voglia di spiegare, interrogare, correggere. Due ore in questa classe sono troppe. Ho già mal di testa, ho bisogno di caffeina. Non ho fatto in tempo a prendere il secondo caffè alla macchinetta. Il secondo caffè è quello fondamentale, quello che ti rimette al mondo, che ti permette di iniziare a parlare anche con chi non ha voglia di ascoltare. Guardo fuori dalla finestra. L’aria di ottobre è tersa, ma il sole è ancora caldo, troppo. Uno dei miei ragazzi chiede: “Prof., posso aprire la finestra?”. Un altro mi chiede il permesso di bere, ma sta già attaccato alla bottiglia come se quell’acqua fosse l’ultima goccia nel deserto.

Sempre accaldati, sempre assetati, con mille necessità, incapaci di stare fermi. Mi ripeto che è fisiologico, naturale, ma oggi non è proprio giornata. Forse ho sbagliato mestiere e all’improvviso invidio gli impiegati, immersi nelle loro carte al riparo da scrosci di voci stridule e sorde, con la piantina grassa sulla scrivania e il cestino del pranzo nel cassetto.

Una nuvola bianca, densa, spumosa attraversa un cielo incredibilmente azzurro e pulito. Mi sono sempre chiesta che sapore abbiano le nuvole potendole mangiare. Forse, quello di panna lattiginosa e dolciastra come un morbido marshmallow. Chissà perché questo spettacolo mi fa venire in mente una canzone dei Nirvana, una delle mie preferite, Smells Like Teen Spirit. Ma che ne sanno questi ragazzi dei Nirvana? Del grunge? Del rock?

Inizio il rituale dell’appello. Nino è assente da martedì scorso, ma non è ammalato. Apprendo soltanto ora dalla voce dei compagni che vuole lasciare la scuola. “Ha detto che il padre non lo vuole  mandare più” dice Carlo, il saputello della classe.

Nino, capelli rossi e ricci, viso lentigginoso, occhi di un verde intenso. Un ragazzo timido, di una tenerezza disarmante. Scarsa applicazione nello studio, metodo di studio non ancora ben strutturato e insicurezza operativa ed espressiva recita il suo curriculum scolastico. Suo padre fa il ricottaro. Famiglia numerosa, la sua. Cinque figli maschi, Nino il maggiore, tutti destinati a far parte, sin dalla tenera età, dell’azienda di famiglia. La madre è la vittima asservita alla volontà del marito/padre-padrone. Femminilità pari a zero, ha i lineamenti marcati da una vita troppo dura che ha spento la luce che da giovane le brillava negli occhi verdi, gli stessi di Nino.

Porto a termine la lezione, ma sulla mia testa incombe un senso di pesantezza più forte del solito. Diverso. Nell’ora buco incontro dei colleghi di corso e chiedo spiegazioni. “Pare che il padre di Nino non voglia mandarlo più a scuola. Dopo la moglie, ha iniziato ad alzare le mani anche sui figli più grandi. Il preside comunque ha avviato l’iter per risolvere la questione” mi dice una collega.

Torno a casa. In macchina lascio fluire i pensieri per spurgare la mente prima del rientro, prima di immergermi nella quotidianità della mia famiglia. In questo chiedo aiuto alla musica, la mia musica. Lascio che la batteria e la chitarra elettrica arrivino in maniera assordante fino alla fibra più profonda del cervello così da scrostare ogni minimo residuo scolastico. Ho un’anima rockettara, l’ho sempre avuta e lascio che il buon Kurt Cobain assolva il suo compito catartico.

Stavolta però è diverso. Stavolta c’è un’ombra che non si dilegua, un tarlo che rode.

Nei giorni successivi la questione di Nino è all’ordine del giorno. Il padre è irremovibile. Le questioni familiari sono SUE. Da buon padrone e pastore dispone del suo gregge come vuole, che si tratti di pecore o persone. Il suo marchio è impresso in maniera indelebile sulle sue proprietà, proprio come l’odore del formaggio impregna i vestiti, le pareti, la tappezzeria di casa. La madre di Nino, vestiti modesti ma puliti, viene a scuola in lacrime a scusarsi. Chiede scusa per tutto, per le assenze del figlio, per il comportamento del marito, per la sua debolezza, per una vita che non voleva, non le appartiene e non crede di meritare. Una madre che madre natura vorrebbe leonessa chiede scusa per essere diventata debole, pecora tra le pecore.

La causa è persa. La sconfitta è dichiarata. Torno a casa. Un altro dei miei innumerevoli rientri, ma stavolta la radio è spenta. Non mi va di ascoltare, di spurgare. Il senso di pesantezza è diventato un macigno. Il tarlo, un elefante.

La routine procede, l’autunno ha ormai preso il sopravvento. L’aria è decisamente frizzante, corroborante. I suoni del vento fanno a gara con le voci dei ragazzi e il mio mal di testa è sempre più forte. Sì, forse, ho sbagliato mestiere.

Oggi finisco prima, decido di fermarmi in piazzetta a prendere il pane. È giorno di mercato. C’è confusione, ma per fortuna trovo parcheggio e mi avvio in fretta verso il panificio. Il profumo del pane caldo si avverte a distanza. Ho una fame che ne mangerei un chilo. Ho sempre pensato che è sbagliato fare la spesa quando si ha fame perché finisci per comprare l’impossibile. Mi guardo intorno per attraversare e all’improvviso ho la percezione di qualcosa di rosso dietro le mie spalle. Mi volto e vedo un cespuglio di capelli color rame che sbuca da una bancarella di formaggi. È lui, Nino. È da solo. Mi avvicino d’istinto, cercando di mostrare naturalezza. Non voglio assalirlo, né spaventarlo.

“Ciao”, gli dico soltanto, con tutta la nonchalance di cui sono capace.

“Buongiorno prof.”, mi risponde e abbassa la testa. Di getto pronuncio parole che non avevo programmato, quasi il mio cervello si fosse dissociato dalla mia bocca: “Nino, torna a scuola, ci manchi. Ti vogliamo bene.”

Non ho il tempo di verificare l’effetto delle mie parole. Suo padre è uscito da un bar e sta tornando alla bancarella. Non voglio incontrarlo e spero in cuor mio che non sia troppo tardi, che non trasformi questa creatura nel suo alter ego. Mi allontano velocemente e rientro a casa piena di dubbi e perplessità. Avrò detto la cosa giusta? È dura non avere le certezze delle proprie azioni. Si vuole che gli insegnanti siano forti e in grado di risolvere e sanare ogni situazione, ma non c’è categoria più umanamente frangibile e delicata.

Le giornate proseguono con i loro alti e bassi. Un altro lunedì. Le solite due ore in quella classe. Sento di essere al limite delle energie con o senza caffè. Mi avvio verso l’aula. Stavolta ho fatto un po’ tardi. I ragazzi sono ammucchiati davanti alla porta, mi domando perché non siano ancora entrati. Il gruppetto si scioglie per lasciarmi passare, scoprendo un cespuglio rosso rame che mi è familiare.

Nino è tornato. È un po’ intimorito, spaurito. La sua voce trema: “Prof., non ho studiato. Io non ci capisco niente di inglese …”

“Non fa niente … Vedremo come fare” rispondo e sorrido. A Carlo non sfugge il mio sorriso. “Prof., perché ride?” mi chiede. Ci penso un po’. “Perché faccio il mestiere più bello del mondo” rispondo.

Sento i miei occhi acquosi, la mia testa insolitamente leggera e in bocca ho un sapore dolce, come di marshmallow …

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Chi sono

Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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