STORIE: PERDERSI DIETRO LE PAROLE

Sine Pagina - Storie. Perdersi dietro le parole
Foto di Antonella Perrotta ©Tutti i diritti riservati.

Racconto di Antonio Danise

Ero convinto che l’unico modo per ottenere qualcosa fosse scriverci su.

Ne ero convinto soprattutto quando dalle nebbie dell’incertezza, dell’insicurezza, emergeva un mondo confuso.

Mi sorprendevo come delle parole potessero dare origine a una storia, una relazione di espressioni, una circolarità di sguardi, una continuazione in altre forme dell’angoscia che quotidianamente mi assillava e, allo stesso tempo, mi domandavo perché non riuscivo mai a completare un racconto, a dar forma compiuta a un pensiero, con parole, segni significanti. Senza molta convinzione, come per giustificare un’incapacità inveterata, mi affannavo a  rispondere che forse un racconto non può avere una fine, che era già tanto che avesse un inizio.

Eppure, non sarebbe difficile trovare un mondo, persone, cose, parole, utili a chiudere una storia.

Aspetto che arrivi il momento in cui possa sorgere spontaneamente qualcosa che non riesco a definire. Un processo che inizialmente mi riempie di eccessivo entusiasmo ma che svanisce in fretta, giusto il tempo di delineare alcune prospettive, un microcosmo in cui far agire qualche vittima inconsapevole di questo mondo, quello a cui a pieno titolo anch’io appartengo.

A darmi una speranza, mi viene in soccorso l’ennesima storia che, come tante altre, non so dove potrà condurmi. Un incalzare di eventi era ciò che mi auguravo. Per questo ero disposto a sottopormi a estenuanti cure mediche, a stare in contatto con dolorosissime pratiche odontoiatriche, a passare ore nello studio di quella dentista che a ogni seduta mi faceva rantolare con lunghissimi e sfibranti trapanamenti. Era per capire meglio cosa significava avere per amante una dentista o, almeno, per intuire cosa voleva dire avere a che fare, durante una pausa di lavoro, in un attimo di relax che troppo raramente mi concedevo, con una professionista che aveva confidenza con carie, otturazioni, ablazioni del tartaro. Senza limitarmi alla sola teoria, perché di perdere tempo dietro tomi di odontoiatria, odontotecnica o medicina generale, non avevo voglia. Non ne potevo più di consultare giornali e riviste del settore che negli anni avevo messo da parte con l’idea di approfondire taluni argomenti che, al momento di una prima lettura, una rapida scorsa, mi erano apparsi interessanti al punto che mi ero convinto potessero fare al caso mio.

Arriva un momento in cui tutto si trasforma in un confuso ammasso di parole.

Allora la necessità impellente è quella di disfarsene, prima che siano la carta e le parole ad avere il sopravvento, prima che sia quella dimensione ad avere la meglio su una realtà che, sia pur condizionata dai ricordi e da quelle storie, nel frattempo è notevolmente cambiata.

Mi invitò a frequentarla, a conoscerla meglio. Non i soliti discorsi col sottofondo del trapano, o degli altri strumenti di lavoro. Vieni a trovarmi? No, forse troppo esplicito. C’è il concerto dei Tenax domani allo stadio, ti andrebbe di sentirli?

Mi stava fornendo nuovi elementi. Accettai l’invito. Semplice, come prendere un appuntamento nel suo studio, quando l’unico modo per farla finita con quel dolore che mi stava uccidendo poco alla volta era l’eradicazione immediata del dente, non importa quale. Con o senza anestesia avrei deciso in seguito, dopo aver registrato la sua reazione, quando sarei apparso in cima alle scale dove lei mi avrebbe accolto in vestaglia, bianca come nebbia che avvolge i pensieri quando si è sotto l’effetto di un anestetico, un’allucinazione, o come una foschia che nasconde la cima delle case, degli edifici, del profilo orizzontale, quello soprelevato, nei giorni grigi, invernali, come quelli che si osservano in certi quadri finti, finestre cui affacciarsi per vedere il mondo, quello che cammina e si muove all’infuori di te, che quotidianamente ti riporta a una realtà immediata che non può sfuggire, neanche quando vi si entra con tutte le angosce nel tentativo di esorcizzare i mali che attendono da una vita, di colmare i vuoti che tormentano l’esistenza, e a nulla serve inventare storie, attaccarsi a parole, a niente dissimulare realtà imprescindibili da tutto, da quello che ci circonda e che ci assale.

Mi sono perso dietro chiacchiericci mondani o esistenziali. Ho perso di vista la fulgida e splendente bionda da letto che mi stava aspettando. Non la ritroverò facilmente, a meno di uno sforzo enorme che non saprei quantificare.

Un giro attorno all’isolato in cui lavoro e in cui anche lei lavora, dove è solita fare colazione al mattino, durante la pausa tra un’otturazione, un’operazione, un’estrazione, un’analisi di panoramiche digitali. La teoria mi avrebbe fornito un valido aiuto a evitare inutili ripetizioni.

Ho perso di vista l’ordine, la prospettiva, tra enumerazioni caotiche e altri diversivi, l’introspezione e i suoi pensieri, tra il camice verde e il reggiseno, le sue dita che si insinuano dappertutto, non solo fra i denti. Ho perso di vista il sogno e i suoi sorrisi. Ho perso un’altra buona occasione per approfondire il rapporto con lei.

Ecco cosa succede a perdersi dietro alle parole.

L’ho sempre pensato che bisogna essere più realisti, non lasciarsi catturare dalle frasi a effetto o, peggio ancora, dalle metafore che servono solo a far deviare, a portare su una strada sbagliata.

Pensai per un po’ a quell’occasione mancata, a come rimediare per una prossima volta. Ripartire, dopo aver attentamente studiato le mosse che mi avevano lasciato con un palmo di naso, che mi avevano costretto a ritornare a piedi quella notte, sotto una pioggerellina ininterrotta, penetrante e monotonamente umida, fino a ritrovarmi col cervello completamente inzuppato, stanco di prevedere nuove soluzioni, altre chiusure. Non avevo previsto l’ombrello. Non l’avevo dimenticato, semplicemente non avevo pensato ad affacciarmi un attimo prima di uscire per verificare il panorama, cangiante a seconda del punto di osservazione, per avere un riscontro tra quello che immaginavo e quello che stavadi là dal vetro. A volte un particolare è determinante e una dimenticanza può condizionare l’andamento di un’avventura, o più semplicemente di una storia.

Oggi vado a trovarla in studio. Ho bisogno di rinverdirne la presenza, i ricordi, il passato. Ho necessità di conoscere il suo nome, di trovarne uno adatto alla storia. Non posso continuare così. Se di una donna ho conosciuto il nome, ho già fatto metà strada. Poi, può capitare che lo dimentichi anche, ma intanto ho bisogno di darle un’identità precisa, anche anagrafica, e cosa può dare un’identità a una persona più di un nome?

Ho telefonato per un appuntamento. Adesso è più vicina, la sento decisamente più vicina. Le lettere aiutano a scoprire il mondo, aiutano a vivere. Ho fatto molta strada dal giorno in cui ho sognato di averla accanto, quando era soltanto un’idea. Oggi, quella semplice idea si è trasformata in corpo che stringo fra le braccia e che mi emoziona più di ogni altra cosa. Potrei amarne i contorni, i contenuti, mi sforzo di affascinarla, le mani salgono su per i fianchi, le dita mi si piegano, lasciano tracce sul suo corpo, sulla pelle morbida, calda o delicata. Mi sottoporrò a un suo intervento, se necessario, se servirà per ricostruire la memoria di lei, il suo nome, la sua età.

Parto da lontano, delimito il campo delle probabilità, non trovo normale spendere tempo e sforzi in telefonate col pretesto di scoprire quanti più particolari su di lei, sulla sua vita. Non farò nemmeno un corso di anatomia per conoscere meglio il suo corpo e scoprire le deviazioni da un modello ideale. Uno strumento che mi permette di indagare a fondo i segreti della delicatezza della sua pelle, nonché del corpo e di conseguenza dei gesti, ecco cosa mi servirebbe. Ho ancora molto da studiare per svelare l’età. Mi prende la mano, rischio di perdermi, di distrarmi. Chi resisterebbe al suo sorriso, che risuona bugiardo anche di notte e non mi fa dormire? L’eco dei suoi baci mi sveglia di continuo, sono veramente i suoi?, come a rimproverarmi per essermi di nuovo allontanato, distratto, ancora una volta. Cosa mi resta da fare se non ritornare da lei, sempre pronta, sempre ad aspettare, che non si allontana dalla sua posizione di eterna attesa di qualcuno che la tenga in vita? Non sempre, però, sono all’altezza, arriva un momento in cui anche la stanchezza ha diritto di prevalere su circostanze imposte con mezzi artificiali o innaturali.

Una lezione a settimana non è più sufficiente. Impiegherei mesi a prendere confidenza soltanto con i nomi degli attrezzi, senza considerare il resto. Faccio fatica ad apprendere in un campo completamente nuovo. Dobbiamo vederci più spesso. È necessaria una brusca accelerazione, devo darmi delle scadenze, entro Natale ho intenzione di imparare a fare un ritratto. Uno soddisfacente, o almeno accettabile. Sento che qualcosa sta cambiando nei rapporti col mondo da quando l’ho conosciuta. Non riesco a spiegarmi in cosa abbia influito la sua presenza, ma è come se niente fosse più come prima. Lo scoprirò col tempo. Per questo ho intenzione di intrecciare la mia storia con la sua. Mi stimola in qualcosa che non so e che voglio capire. Quando avrò il coraggio di farmi vedere in sua compagnia, nelle occasioni di ogni giorno, al bar, per negozi, a fare compere, al ristorante o al cinema, farmi vedere accanto a lei anche in cerimonie ufficiali, in feste di matrimoni o persino in funerali, quando avrò delineato inconfondibilmente i contorni della sua figura, avrò tutto più chiaro.

Ma ancora non è tempo, anzi, nonostante le buone intenzioni, sento che la faccenda sta scivolando verso una direzione del tutto imprevista. Il che non depone certo a mio favore e non mi mette in buona luce. È come se un’ombra di discredito fosse caduta sulla mia persona, come se una mancanza di fiducia potesse compromettere ogni sforzo fatto. E non è semplice riprendere una volta abbandonato tutto.

Cambio atmosfera, provo a variare il punto di vista, lo sfondo in cui far agire i personaggi. Mi appassiono a un verde qualunque, nella speranza che un giorno tutto possa tornare come quando la guerra non era la sola pratica conosciuta per risolvere i problemi. Ma c’è qualcosa che non va, forse ho sbagliato trama, avrei dovuto scegliere qualcos’altro, io che mi trovo nelle condizioni di poter scegliere.

Stamattina la nebbia si è presentata davanti agli occhi sbarrandomi il passo. Avrei voluto vederci più chiaro, ad esempio capire la forza della passione, e con essa far rifiorire l’ardimentoso viaggio nella direzione di una sicurezza i cui contorni stento a delineare e che, a volte, credo di individuare nei suoi occhi castani, quando mi osserva con un’espressione che non so definire. Salvo, poi, a rendermi conto che è solo frutto di un’illusione presto svanita, un momento di contatto con una dimensione che mi fa veramente male. Mi chiedo in maniera assillante quale parte abbia questa donna in tutto ciò? Dove mi porterà la sua costanza. O la mia voglia rabbiosa di averla accanto come forza che mi aiuta a vivere.

Nell’eterno presente di una finzione che mai potrebbe venirmi a noia e di cui mai potrei stancarmi, soprattutto quando, per esistere, ho bisogno dell’amore prima ancora che di altro, sesso, mare calmo, godimento perpetuo, in questo eterno presente trovano spazio simultaneamente un principio e una fine. E se è scontato che lei faccia parte di uno di questi estremi, l’altro non è detto che sia io.

Nell’intrico di percorsi alternativi che si aprono a ogni incrocio dovrò trovare la strada per uscire dal labirinto in cui mi caccio quando non ho le idee chiare. Chiedo soccorso a lei, che mi appare in sogno, viene in mio aiuto, ma non sempre ne ho coscienza e continuo ad andare avanti come per inerzia. O è lei che non sa aiutarmi.

Anch’io ho bisogno di aiuto, non l’hai capito ancora? E a chi mai potrò rivolgermi in questa città, se non a lei? Anche se non penso di riuscire a seguire per molto i suoi vaneggiamenti. Ma forse è un po’ anche colpa mia, che non l’ho dotata degli strumenti idonei per prestarmi soccorso quando si fosse presentata l’occasione. Eppure mi sembrava che fosse ormai a conoscenza delle cose che avevo deciso di farle fare, delle istruzioni impartitele. Che addirittura in qualche caso fosse in grado di anticipare le mosse, di riuscire a pervenire a conclusioni che erano sconosciute persino a me stesso. Le consiglierò di cambiare mestiere. Un mestiere difficile il suo. L’aiuterò in questo, per tutto il tempo che resterà senza lavoro. Oltre a fornirle gli alimenti, come fossimo già sposati. Le troverò un posto in un angolo di casa mia.

Devo aver sbagliato qualcosa.

L’espansione, l’estensione incontrollata di un concetto, o di un’idea, senza peraltro poterne prevedere l’esito, è il gioco a cui mi sono applicato da quando ho cominciato a perdermi nei pensieri di lei. Queste continue revisioni, però, mi stanno irritando non poco. Un aiuto, oppure lasciami vivere i miei giorni. Ho bisogno di un futuro più certo, non di vagare nel vuoto.

Sono mesi che le sto dietro, ormai, senza sapere come andrà a finire questa storia, la nostra storia.

Antonio Danise nasce a Reggio Calabria, ma si trasferisce per studio e lavoro  prima a Milano e poi a Firenze, dove tutt’ora vive e lavora come impiegato pubblico. Ha pubblicato: Articolazioni (2023), romanzo a quattro mani con l’artista Costantino Giovine; La signorina Maria (Porto Seguro, 2021); Passaporto per Capo Verde (2008), raccolta di racconti sulle sue esperienze di viaggio a Capo Verde nel corso di sei anni.

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Chi sono

Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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