Voce di cenere

Sine Pagina - Voce di cenere-Monologo
Immagine elaborata con IA (Canva App)

Monologo di Antonella Perrotta

I.

Mi chiamavo come tua sorella.
O forse come la tua vicina di casa.
Come una che hai incontrato alla fermata dell’autobus.

Mi chiamavo come tua figlia, forse.
O come la donna che amerai domani.
O come quella che hai amato e poi hai dimenticato.

Credevo nell’amore come si crede nella primavera.
Amavo le parole dolci, le parole sussurrate,
i libri colorati, il caffè con molto zucchero.
Amavo le gonne corte, i vestiti rossi, i bikini al mare.

Amavo lui.
Mi perdevo nelle sue parole come in un labirinto.
Mi diceva: “Sei la mia principessa. E le principesse aspettano il loro principe nel castello.”
E ogni sua parola era pietra, ogni pietra un mattone, e il castello che mi costruiva intorno non aveva né porte né finestre né balconi.

Mi diceva che ero bella … quando stavo zitta.
Mi diceva che ero intelligente … ma un po’ troppo, forse.
Mi diceva che ero forte …  ma fragile al punto giusto di aver bisogno di lui.
Mi diceva: “Tu sei mia.”
Mia.
Come fossi una cosa: un letto, un materasso, una tazza da tè,
una macchina, una bicicletta, un cellulare.
Mia.
Come fossi una sua proprietà.

Mi diceva: “Nessuno ti amerà mai come me.”
E non capivo che quella frase non era una promessa.
Era una minaccia.
Era gabbia, era fame, era bisogno.

Mi diceva: “Tu mi salvi.”
E non capivo che nessuno dovrebbe essere la salvezza di un altro.
Le sante muoiono.
Le martiri sanguinano.

II.

Sono morta lentamente.
Mentre nessuno vedeva.
Nessuno voleva capire.
Forse neanche tu.

Prima sono morta col silenzio.
Poi con i vestiti che non sceglievo più.
Poi con le amiche che ho smesso di vedere.
Poi con i sogni che non sognavo più.
Io, sempre più piccola.
Più muta.
Più invisibile.

Non capivo se respiravo per me o per lui.
Mi spegneva un po’ alla volta.
Con pazienza.

Non so con precisione quando ho smesso di esistere.
Forse quando ho indossato quella maglia lunga per coprire un livido.
O quando ho mentito a mia madre dicendole: “Siamo felici.”
Ma lo perdonavo come se l’amore bastasse a salvarci.

Lo perdonavo anche quando ogni suo gesto era una minaccia.
Anche quando ogni sua parola era una miccia.
Lo perdonavo come si perdona la tempesta. Come si perdonano i fulmini, i lampi, la grandine, il mare grosso, i cavalloni.

III.

L’ultima sera, però, non ho sussurrato a me stessa “va tutto bene.
Non ho abbassato lo sguardo.
L’ho guardato negli occhi e ho visto il vuoto.
Ho visto che se non gli appartenevo,
non avevo più diritto di esistere.

Era sua la voce che diceva:
“Tu sei mia. Se non sei mia, non sei di nessuno.”
In quel momento ho capito che sarei morta.
Non domani. Non tra un anno.
Lì. In quel momento.
E allora, quando ha alzato la mano,
ho fatto l’unica cosa che non avevo fatto mai.
Ho urlato.

Ho urlato: No!
No, a lui.
No, al mondo che ci ha guardato e non ha voluto vedere.
No, a quelli che non mi hanno creduta.
No, a chi diceva: “Ma lui l’amava …”
No, a chi si è voltato.

L’ultima sera ho urlato: No!
L’ho urlato con tutto il mio corpo.
Con la pelle. Con le viscere. Con le ossa.

Ma il mio No! è arrivato tardi.
È arrivato tra un colpo e un altro.
Tra la paura e il sangue.
Nel respiro che si è rotto.
Nei sogni infranti come un vetro.
Nel battito del cuore che ha accelerato e poi si è fermato.
Per sempre.

Mi hai trovata così:
abbandonata per terra, fredda, con le labbra schiuse.
Stavo gridando il mio No!

IV.

E ora …
Ora che il mio corpo è freddo e le mani non tremano più,
ora che parlo dalla terra che mi ha accolta,
dal silenzio che è diventato casa,
ora che non posso più essere interrotta e zittita,
ora che forse mi credi,
ora che forse mi crederete, tutti,
anche chi ha fatto finta di non capire,
anche chi mi ha ucciso ad occhi chiusi col silenzio,
con una risata, con un giudizio di troppo.
Ora lo urlo ancora: No!

Non voglio pietà.
Non voglio commemorazioni sorde.
Non voglio silenzio.
Voglio che ascolti il mio No! che ancora grida dalla terra.
Voglio  che gridi con me: No!

Perché anche se il mio cuore si è fermato, io sto ancora gridando.
Perché il mio No! non muore con me.
È un seme nella voce di chi resta.
È un eco.
È un urlo che ti cammina accanto.

V.

Mi chiamo come tua sorella.
O forse come la tua vicina di casa.
Come una che hai incontrato alla fermata dell’autobus.

Mi chiamo come tua figlia, forse.
O come la donna che amerai domani.
O come quella che hai amato una volta e poi hai dimenticato.
Mi chiamo come la prossima.
E sono morta.
Ma non ho più paura adesso.
Non ho più niente da perdere.
Solo da dire.

Che nessuno debba più imparare ad urlare con le costole rotte.

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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