Tanta ancora Vita: l’ultimo romanzo di Viola Ardone

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di Antonella Perrotta

Ci sono romanzi che fanno rumore più di altri e quelli di Viola Ardone sono tra questi. L’uscita di Tanta ancora Vita è stata molto attesa: la curiosità e le aspettative erano alte dopo il successo (e qualche polemica) dei romanzi precedenti.

Pubblicato da Einaudi, il libro alterna tre voci e tre sguardi differenti: sono quelli di Kostya, di Vita, di Irina. Ognuno di loro ha perso qualcosa o qualcuno, e questa perdita li rende simili, vicini.

Kostya è un bambino ucraino di dieci anni, abbandonato dalla madre allo scoppio della guerra, che, all’arruolamento del padre, viaggia da solo verso l’Italia per raggiungere sua nonna Irina. Scalcia sempre, anche di notte: corre lontano dalle bombe di una guerra che tinge la sua quotidianità. Ha imparato ad aggirare il pericolo, ad ascoltare i discorsi degli adulti, a tacere senza dover mentire, a parlare con la paura.
 “La guerra rallenta ogni cosa, eccetto la morte. Ma io nella guerra ci sono nato, e che cosa può farmi?”

Irina è la collaboratrice domestica di Vita. Lavora per mandare i soldi a suo figlio e a suo nipote in Ucraina, parla “la sintassi elementare degli esclusi” (come il James di Percival Everett) impreziosita dai versi di Dante, ha studiato in patria la filosoché, ma le è servita a poco.
Alla fine quello che ho perso è molto di più di quello che ho guadagnato, e non basta una vita di soldi inviati dall’estero per colmare quel vuoto.”

Vita, ha perso suo figlio in un incidente e ha lasciato che suo marito se ne andasse da casa, sopraffatta dal dolore e dalla depressione che la inchioda a letto e cui dà anche un corpo e un nome: Orietta.

Quando Kostya arriva a bussare alla porta di Vita alla ricerca di sua nonna Irina, le loro esistenze cambiano gradualmente: il bambino impara che ci sono luoghi in cui non bisogna fuggire dalle bombe; Vita ritrova il calore salvifico dell’amore di un bambino; Irina impara a prendersi cura del nipote, nonostante il peso della lontananza dal figlio in guerra. Ma, dopo violenti scontri armati, il padre di Kostya è dato per disperso. Da questo momento tutto si stravolge davvero: Irina parte per l’Ucraina per cercarlo; Vita mette a tacere Orietta per seguirla, mentre Kostya l’accompagna ripercorrendo il viaggio al contrario, stavolta non più da solo. Perché “amare è una cosa che si fa da vicino.”

Viola Ardone affronta temi emotivamente pesanti, purtroppo attuali, e lo fa con un linguaggio intimo, delicato ma potente, per nulla banale. In questo romanzo convivono due guerre. C’è la guerra in Ucraina con il rumore delle bombe, gli scheletri dei morti, il grigio dei paesi devastati. “… i palazzi hanno le facce dei pugili dopo l’incontro: occhio nero, naso rotto, dente mancante, sopracciglio spaccato, solo che il dolore non lo sentono loro, ma le persone che ci abitano dentro.”
E c’è la guerra silenziosa contro la depressione che rende il vivere insignificante, senza più colore, senza più sentire, senza senso alcuno. “… come se la mia voglia di vivere non fosse ormai una vela ammainata.
C’è la morte fisica e la morte dell’anima.
C’è l’elaborazione del lutto; ci sono la maternità, la paternità, i legami non familiari e comunque necessari; ci sono le assenze, le perdite, i fallimenti. C’è la vita che prova a riprendersi il suo senso, i suoi colori, il suo sentire.
Tuttavia, tutto questo può risultare troppo in un libro solo. Un peso emotivo davvero forte, almeno per me.
Forse non era il momento giusto per leggerlo.

Anche la narrazione parte con ritmo seguendo il viaggio di Kostya verso l’Italia, ma rallenta subito dopo, nelle ben cento pagine dedicate alla depressione di Vita. Per quanto mirino a scavare nel male oscuro, pur profonde e – presumo -volutamente lente, mi risultano soffocanti.
Il linguaggio del bambino e la spontaneità di Irina offrono il respiro di una ventata d’aria, sebbene il ricorso parlato ai versi danteschi è davvero poco credibile. Così come – ma la mia opinione è da profana di tali dinamiche – credo lo sia anche un viaggio non organizzato verso l’Ucraina alla ricerca di un disperso di guerra, con tutto quel che ne segue.

Resta potente e universale la voce che urla il rifiuto della guerra. Una guerra in cui nessuno vince e che tutto il mondo dimenticherà, perché è “la guerra degli altri, quella che non fa rumore.” Il romanzo diventa così un manifesto etico, un’assunzione di responsabilità collettiva su cui non si può che essere d’accordo.

“I figli degli altri ci appartengono. Ogni bomba che cade ci colpisce. Il peso di ogni corpo senza vita ce lo portiamo addosso.”
“Il mondo dovrà chiedervi scusa … per avervi insegnato la paura prima del coraggio.”

Tanta ancora Vita, Viola Ardone, Einaudi, 2025, pagg. 320

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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