di Antonella Perrotta
“Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.”
San Cono, Sicilia, 1959.
Ninetto detto Pelleossa ha nove anni, mangia pane e acciughe perché non ha altro, va a scuola, adora il maestro Vincenzo, la geografia e le poesie che impara a memoria. Ha anche un amico, Peppino, col quale gioca per le vie del paese. E, a differenza di Peppino, sogna di diventare poeta.
Intorno a lui, però, c’è una miseria che non lascia scampo. La madre si ammala, il padre non riesce più a sostenere la famiglia e il futuro si restringe fino a coincidere con una sola possibilità: partire. Quindi lascia il paese e raggiunge Milano insieme a Giuvà, adulto rozzo che diventa il suo compagno di viaggio dentro un’Italia che cresce economicamente ma divora gli ultimi.
Inizia così l’avventura di Ninetto in una città estranea e ostile, dove i meridionali sono chiamati napulì, vivono in condizioni precarie in scantinati di fortuna o in casermoni simili ad alveari in cui le case sono celle, sognando un lavoro fisso in fabbrica o in un’impresa di costruzioni.
“Palazzoni e solo palazzoni, non è questione di non conoscere le parole. È che al mondo esistono posti, persone, lavori per cui ne bastano pochissime. Per Baranzate due: palazzoni e ciminiere.”
Ma la storia degli emigranti meridionali la conosciamo già, anche se qualcuno oggi forse vorrebbe negarla. Il merito di Marco Balzano in L’ultimo arrivato – già vincitore del Premio Campiello e pubblicato da Sellerio, oggi ripubblicato da Einaudi – è quello di farcela ascoltare dalla voce limpida, amara e disillusa di un emigrante che da ragazzino si ritrova uomo senza sapere come e quando sia successo, senza più ricordare i giorni tutti uguali trascorsi a governare una macchina in una fabbrica che adesso non esiste neanche più.
L’ultimo arrivato non racconta soltanto la povertà né solo l’emigrazione. Racconta qualcosa di ancora più doloroso: il momento preciso in cui un bambino smette di esserlo senza nemmeno accorgersene.
Balzano sceglie una lingua asciutta, concreta, intrisa di oralità, che restituisce tutta la durezza della vita di Ninetto senza mai indulgere nel sentimentalismo.
Paradossalmente i ricordi più vividi sono quelli dei giorni vissuti al paese, con Peppino e il maestro Vincenzo, mangiando pane e acciughe e imparando le poesie a memoria. Sono quelli i fatti e le persone che non riesce davvero a dimenticare. Le uniche gioie che gli ha riservato la città sono state l’incontro e il matrimonio con Maddalena, emigrata pure lei, calabrese originaria di Spezzano della Sila, e la nascita di Elisabetta, l’unica figlia di cui non è riuscito a godere abbastanza. Per il resto, soltanto lo sfruttamento, l’alienazione della fabbrica, gli spazi puzzolenti condivisi con gli altri meridionali e, infine, il carcere.
Già, perché Ninetto finisce in carcere per troppo amore, trascorre le giornate in cella “infelice di sopravvivere” e macina ricordi per trovare un senso al proprio vissuto.
Ninetto è un uomo che, una volta uscito dalla galera, ha poco e niente da cui ricominciare: nessun amico, nessun lavoro, solo la sua Maddalena ancora vicina ma una figlia ormai lontana, un mucchio di gente che gli “sbatte in faccia tutta quella voglia di vivere che, puf!, è svaporata”, un mondo in cui “quasi tutto è cambiato e quello che sopravvive” gli “fa impressione di estraneità.”
È proprio questo senso di estraneità che colpisce e fa male.
Ninetto è un uomo rimasto sospeso fra due esclusioni: troppo povero per scegliere il proprio destino, troppo consapevole per accettarlo senza dolore. La fabbrica lo svuota, il tempo lo trascina, fino al gesto violento che lo conduce in carcere e segna definitivamente la sua esistenza.
“Anche io sono straniero. Reietto e squalificato a vita. Anch’io sento che le ragioni non esistono e che quelle poche che si possono trovare le so spiegare solamente in una lingua che gli altri non intendono”: così si sente Ninetto e la sua voce è quella amara di chi sente di non appartenere davvero a qualcosa o a qualcuno, di chi ha cercato un futuro che gli ha chiesto in cambio quasi tutto, l’infanzia, i sogni, gli affetti, perfino l’idea di sé.
Marco Balzano dà voce a tutti i ragazzini emigranti, partiti da soli o in compagnia di estranei per cercare non un luogo fisico migliore, ma un luogo che concedesse loro possibilità che non fossero di mera sopravvivenza, per poi scoprire che quelle possibilità avevano un costo troppo alto. Un costo che, a volte, non si riconosce abbastanza e si vorrebbe sminuire, persino dimenticare. Oggi, come ieri, le possibilità non sono uguali, l’accesso agli studi e al lavoro non lo è, e l’uguaglianza resta sancita solo dalla Carta. Oggi, come ieri, c’è qualcuno che ancora sogna e qualcun altro che quei sogni li spezza.
Oggi, come ieri, qualcuno parte e qualcuno arriva. Estraneo fra estranei.
Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Einaudi 2026, pagg.196

