La carità carnale: la lingua ‘materica’ di Monica Acito

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di Antonella Perrotta

Ci sono romanzi che lavorano per sottrazione, e altri che invece sono materia viva.

La carità carnale, il secondo romanzo di Monica Acito per Bompiani che segue il successo di Uvaspina, appartiene a questi ultimi non solo per i contenuti, ma per la qualità della lingua.

Quella dell’Acito è, infatti, una lingua materica, densa, impastata di dialetto e di immagini concrete. Una lingua che non scorre, ma aderisce, si accumula, si addensa, rendendo la lettura un’esperienza quasi fisica. Le parole hanno peso, superficie, odore quasi. La scrittura non è mai neutra e, per questo, è immediatamente riconoscibile. Non è un semplice veicolo: è parte integrante della storia.

Il romanzo segue Marianeve, la ragazza dai capelli bianchi, un personaggio complesso e magnetico, che sfugge a ogni semplificazione. Nasce in un borgo del Cilento, uno di quelli destinati all’abbandono e allo spopolamento. È la figlia unica di Sarchiapone, un semplice bottegaio che s’ammazza di fatica; un padre che la ama senza misura e senza riserve. Il loro è un legame centrale, fortissimo, ma anche segnato da una distanza silenziosa: da una parte un amore paterno semplice, quasi devoto, fatto di cura, lavoro, dedizione assoluta; dall’altra un sentimento filiale più complesso, che conosce anche zone opache di vergogna e scarto.

Fin da bambina, Marianeve scopre di avere un dono: attraverso il proprio corpo è capace di guarire gli altri. Quando si trasferisce a Napoli per ragioni di studio, si imbatte con una storia più antica: quella di Giulia Di Marco, figura realmente esistita che aveva fatto della “carità carnale” una pratica spirituale scandalosa, fondata sull’idea che il corpo potesse essere via di guarigione e di contatto con il divino.

Giulia Di Marco attraversa il tempo e si innesta nel presente di Marianeve come presenza viva, quasi disturbante. Tuttavia, il sacro non è idealizzato, ma è concreto, filtrato attraverso il corpo. Il dono di Marianeve, come quello di Giulia, non è metaforico: è reale. Il corpo femminile non è trattato come simbolo, ma come strumento di guarigione. Potere. Presenza. È il luogo in cui tutto si intreccia, è uno spazio di conflitto e di contraddizione, ma anche di verità e di ricerca di riconoscimento. E la scrittura dell’Acito non lo racconta: lo incarna, lo produce sulla pagina.

Attorno a Marianeve gli altri personaggi non sono solo contorno. Contribuiscono a creare una rete di relazioni complesse, necessarie. Non cercano di risultare rassicuranti. Sono opachi, contraddittori, e per questo credibili. Si muovono in una zona grigia dove le categorie di bene e di male perdono rigidità, lasciando emergere qualcosa di più ambiguo e, per questo, più autentico.

La carità carnale non è una lettura comoda. Richiede disponibilità a restare dentro una lingua densa e aderente e dentro dinamiche relazionali che non offrono vie d’uscita facili. Ma è proprio qui che il romanzo trova la sua forza: nella capacità di trasformare la scrittura in un’esperienza sensoriale e, insieme, riflessiva. Cosa significa diventare adulti? Per Marianeve significa capire cosa fare del proprio corpo, del proprio potere, del proprio desiderio.

La carità carnale si impone così non solo come una storia, ma come una dichiarazione di poetica. Monica Acito dimostra di avere una voce autonoma, riconoscibile non tanto per come “suona”, ma per come “pesa” e si imprime. Una voce che non si limita a raccontare come tante altre, ma lascia traccia e difficilmente si confonde.

E che, proprio per questo, non si dimentica facilmente.

La carità carnale, Monica Acito, Bompiani, 2026, pagg. 457

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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