Recensione di Antonella Perrotta
“ Quindi io sono un negro?”
“ Puoi essere quello che vuoi essere.”
Percival Everett, Premio Pulitzer 2025, con James (La nave di Teseo) compie l’ambiziosa operazione di ribaltare la prospettiva di uno dei classici della narrativa americana, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, per regalarci la voce autentica dello schiavo Jim.
La storia è nota: lo schiavo Jim/James scappa lungo il Mississippi quando scopre che sta per essere venduto, al fine di elaborare un piano che lo ricongiunga alla sua famiglia. Si unisce ad Huck, il ragazzino ribelle che fugge dal padre violento.
Nel romanzo di Everett, però, tutto cambia: la voce narrante, la psicologia dei personaggi, il tono, il linguaggio.
Il ragazzino Huck che in Twain impara a seguire la propria coscienza, lottando tra gli insegnamenti della società (l’inferiorità dei neri) e i dettami del cuore (uno schiavo può anche essere un amico), diventa nel romanzo di Everett un adolescente in formazione che prova a emanciparsi dai traumi familiari, prima che dai pregiudizi culturali.
Lo schiavo Jim non porta più il nome imposto dai padroni, ma il nome che lui stesso si attribuisce e che riflette la sua identità autentica: James.
“James divenne il mio nome, mio e soltanto mio.”
Non è più la spalla narrativa di Huck, ma il protagonista e il narratore cui Everett restituisce voce. Suo, lo sguardo sul Mississippi e sulla società americana razzista del’Ottocento. Uno sguardo vigile, lucido, a volte spietato.
James non è lo schiavo della tradizione tratteggiato da Twain con affetto. È un personaggio dignitoso e complesso: un uomo che conosce la brutalità della schiavitù e ha imparato a sopravvivere con intelligenza. Un uomo consapevole, con un passato, sogni e cultura, che vuole la libertà, ma soprattutto vuole tornare dalla sua famiglia e combatte non solo per sé, ma per riaffermare la propria identità di padre e di essere umano.
È un nero colto, riflessivo, stratega, capace di pensiero filosofico, consapevole degli squilibri di potere. È lo schiavo che insegna agli altri schiavi a leggere, che sa cos’è un’ipotenusa, cosa significa ironia, come si scrive giudizio universale.
Ha letto nella biblioteca dei padroni Voltaire e Montesquieu e, come Montesquieu, pensa “che siamo tutti uguali, a prescindere dal colore della pelle, dalla lingua e dalle usanze.”
Ma, di fronte ai bianchi, per mera sopravvivenza, James parla il gergo stereotipato “da schiavo” perché “I bianchi si aspettano che parliamo in un certo modo e non deluderli su questo fronte può esserci d’aiuto… Se si sentono inferiori gli unici a soffrirne siamo noi. O forse dovrei dire ‘Se non si sentono superiori’…”
La matita rubata a un bianco a costo della vita, diventa un’arma, un mezzo di emancipazione. Saper leggere e scrivere significa potere, resistenza.
James legge e la lettura, in quanto faccenda “totalmente libera”, diventa “di conseguenza totalmente sovversiva”.
James scrive, tenendosi stretta la matita nella tasca dei calzoni da schiavo.
“Mi chiamo Jim. Devo ancora scegliermi un nome. […] I cosiddetti padroni bianchi non sono capaci di ammettere la propria crudeltà e avidità … Ma io non lascerò che questa condizione mi definisca. Non lascerò che la paura, l’indignazione prendano il sopravvento su di me. […] ciò che mi interessa è come i segni che sto incidendo su questa pagina possano assumere un senso. Se possono avere un senso, allora la vita può avere un senso, e allora anche la mia esistenza può avere un senso.”
Se il romanzo di Twain è soprattutto un romanzo d’avventura, in Everett il viaggio lungo il Mississippi diventa un viaggio introspettivo, un percorso di coscienza.
Attraversa non solo le acque del fiume, ma soprattutto le paure, la violenza, la dignità negata, la speranza, l’amicizia e la solidarietà.
Se Twain sorrideva – seppure sarcasticamente -, Everett scava. Se Twain, per le limitazione e le necessità del suo tempo, lasciava intendere, Everett denuncia senza filtri e racconta la schiavitù in tutta la sua brutalità e ingiustizia, con uno stile che mescola momenti di leggerezza a momenti più duri e toccanti e rende la narrazione credibile e realistica.
“Siamo schiavi. Non siamo da nessuna parte. Una persona libera può essere dove vuole. L’unico posto in cui noi possiamo essere è la schiavitù.”
James è un romanzo coraggioso, brillante, denso, che si interroga sul ruolo del linguaggio e della cultura, sull’idea di libertà, di identità, di coscienza, di giustizia. Nello stesso tempo, è una storia di avventura, di fuga, di amicizia e di legami familiari.
Un romanzo contemporaneo che riconsidera il classico, riguardando con potenza e lucidità il non detto.
“Che strano un mondo, che strana un’esistenza in cui l’eguale di una persona deve propugnarne l’eguaglianza, in cui l’eguale di una persona deve fungere da piattaforma per diffondere tale tesi, in cui una persona non può sostenerla da sé, in cui le premesse di tale tesi devono essere sottoposte all’esame di quegli uguali che non sono d’accordo con essa.”
James, Percival Everett, La nave di teseo, 2025, pagg. 335

