Racconto di Emanuela Monti
Lampi verdi, rossi e azzurri si alternavano sulla parete della camera.
Marta, rannicchiata nel letto, riusciva a sorprendersi ogni volta, pur sapendo benissimo in che ordine si sarebbero succeduti i colori. Aveva addobbato lei stessa l’albero di natale nel soggiorno e aveva scelto le luminarie. La mamma aveva detto che ne aveva comprate di nuove, con le luci dorate, che facevano l’effetto di stelle, ma Marta aveva insistito per mettere le solite.
Con la mamma era una lotta dura ogni volta che arrivava il Natale. Forse sentiva l’approssimarsi dell’anno nuovo, perché in quei giorni la sua mania di svecchiare, come amava dire lei, diventava una vera ossessione. Non che negli altri periodi scherzasse. Quell’anno era arrivata a cambiare addirittura cinque volte lo scopino del water. Se ne era accorto anche il babbo, che aveva uno spirito di osservazione molto scarso.
Del resto, dopo più di dieci anni di convivenza, il babbo non avrebbe potuto ignorare che la mamma spendeva metà dello stipendio in oggetti di dubbia utilità o nell’acquisto di articoli che andavano a rimpiazzarne altri identici e ancora funzionanti.
E poi, al di là degli anni di vita in comune, era proprio la mamma a sottolineare, per contrasto, la sua propensione al rinnovamento. Infatti non perdeva occasione di accusare il babbo di essere troppo attaccato alle cose vecchie. Gli rinfacciava di avere preso da sua madre, che quando era morta aveva lasciato una soffitta piena di anticaglie.
Gli attacchi al babbo si facevano più aggressivi in concomitanza con il Natale e con l’accesso di furioso svecchiamento di cui la mamma era preda. Quell’anno aveva anche scovato un termine che, fosse il frutto di una ricerca lessicale mirata o di una scoperta casuale, pareva soddisfarla in pieno. Così al babbo dava di continuo del “misoneista” e lui si difendeva rinfacciandole di aver speso un patrimonio in decorazioni natalizie, poggia-mestoli di porcellana e scopini del cesso.
Marta non sentiva un particolare attaccamento per gli scopini del water e non aveva sofferto della loro perdita. Per gli addobbi natalizi, soprattutto per le luminarie, era un altro discorso. Si era battuta come una tigre per impedire che sua madre se ne disfacesse.
Non avrebbe rinunciato per nulla al mondo allo spettacolo che le vecchie luminarie le garantivano ogni sera nel dormiveglia. Quei lampi colorati erano così belli che Marta lottava contro il sonno per prolungarne il piacere.
Ma quella sera non aveva bisogno di sforzarsi per rimanere sveglia.
Quella era la sera più bella. Era la sera della vigilia.
La zia Sonia era arrivata da Londra e il giorno dopo sarebbero venuti anche i nonni e gli zii di Monza e quelli di piazza Aspromonte e tutti i suoi cugini. E al mattino, sotto all’albero, avrebbe riconosciuto tra i pacchetti la sagoma dei roller che desiderava da tempo. La mamma l’aveva avvisata di non farsi illusioni in proposito, perché le maestre si erano lamentate della sua eccessiva vivacità. Il babbo e la mamma dovevano ancora valutare se fosse il caso di regalarglieli. Il babbo però, alle spalle della mamma, le aveva strizzato l’occhio.
Lui sapeva sempre come accontentarla. Per questo, quando il babbo rimaneva fuori la notte perché aveva il turno in ospedale, Marta si sentiva inquieta. Ma quella sera, per fortuna, anche lui era a casa e neanche un’ombra guastava il piacere dei lampi colorati.
Marta restò ancora a lungo sveglia a contemplare i colori che l’albero di natale dal soggiorno proiettava sulla parete della sua camera, finché il viso della zia Sonia cominciò a confondersi con quello della mamma, poi con quello della zia di piazza Aspromonte e infine con la sagoma dei roller, in un indistinto, confortevole ammasso di immagini.
Ma proprio un attimo prima che Marta sprofondasse nel sonno, qualcosa riportò a galla la sua coscienza. Un suono basso, gutturale, intermittente.
Qualcuno di là, in bagno, oltre la parete, piangeva.
Sembrava il pianto di una donna.
Era il pianto di una donna.
La zia Sonia forse, perché non aveva una famiglia sua e magari si sentiva sola. Non era facile trovare un uomo come suo padre! La mamma diceva sempre che era meglio stare da soli che accontentarsi e la zia Sonia non era tipo da accontentarsi.
Però ora si sentiva la voce del babbo ed era strano che entrasse in bagno quando c’era la zia. E perché la zia non aveva messo il chiavistello?
Perché in bagno non c’era la zia.
C’era la mamma. Era lei che piangeva.
Piangeva e si soffiava il naso, mentre il babbo la chiamava: “Silvia! Silvia! Ascoltami, cerca di calmarti!”
La mamma però non si calmava, nonostante il babbo continuasse a rassicurarla su qualcosa. Le diceva che era colpa della stanchezza, dei troppi turni di notte e le ricordava che era capitato anche a lei, dopo la nascita di Marta, eppure lui non gliene aveva fatto una colpa.
“Certo, tu non me ne hai fatto una colpa. Sapevi come consolarti! Non ti sei mai chiesto se ci fosse un altro modo! Se avevi troppo liquido seminale in circolazione ti veniva il mal di testa! Non dicevi così?”
“Va bene, forse sono stato rozzo, forse brutale, ma sono sempre stato onesto con te.”
“Davvero?” disse la mamma con sarcasmo. “Sei proprio sicuro di essere onesto stasera?”
“Sì, sono solo stanco. Sono cose che succedono. Non ho più vent’anni. C’entra anche l’età.”
“Oddio, questa ci mancava! Ora tira in ballo l’età! Il fatto è che non sei vecchio nel fisico, sei vecchio dentro! Certo, a quarantacinque anni c’è un calo fisiologico del desiderio. È risaputo. Le statistiche comunque parlano di un calo, non di un crollo totale! Il tuo è un crollo totale! Hai fatto cilecca sei volte di seguito! Vogliamo dirlo?”
Il babbo rimase qualche momento in silenzio, come se dovesse raccogliere le energie per difendersi. Poi parlò, con una voce che Marta non gli aveva mai sentito: “va bene, diciamolo allora. Diciamola tutta. L’hai voluto tu”.
In un sibilo tagliente, cattivo, disse che era stanco di lei e dei suoi doveri di marito e che aveva perso la testa per un’altra. Che aveva un’altra da almeno due anni.
“Sei un vigliacco, un maledetto vigliacco! Come hai potuto tenermi nascosta una cosa del genere per due anni?”
“E tu, come hai fatto a non capire? Come hai fatto a credere che avessi così spesso il turno di notte? Sei un medico anche tu, di queste cose te ne intendi. Come potevi credere che toccasse sempre a me? Il fatto è che tu non volevi capire! Chi è stato più vigliacco allora?”
“Basta, basta. Non voglio sentire più nulla!” mugolò la mamma.
“No, ora ascolterai. Sono anni che ti sopporto, che sopporto i tuoi giudizi. Il vecchio, il misoneista, l’arretrato, il tradizionalista. Ma non lo vedi che sei tu la vecchia! Che sei penosa, con la tua mania di riempire la casa di cianfrusaglie! Credi che basti avere l’ultimo modello di ogni cosa per essere giovani? Ti piacciono le novità, non è vero? Allora senti questa: io domani me ne vado. Eccolo, il tuo regalo di Natale!”
Forse perché sentiva di non poter più chieder niente per sé, forse perché intuiva di essere ormai tagliata fuori dal gioco, e che a nulla sarebbe valso alzare la voce, la mamma pigolò spaventata: “No, domani no! Ti prego. Non puoi fare una cosa simile a Marta. Domani è Natale.”
“Marta dovrà abituarsi prima o poi”.
Con la testa sotto al piumino, Marta non vedeva più i lampi colorati sulla parete.
Ne riconosceva il ronzio e sarebbe riuscita a indovinarne la successione se il suo pensiero non fosse tornato di continuo, e contro la sua volontà, al pacchetto bianco sotto l’albero: il pacchetto con il poggia-mestoli d’argento che lei e il babbo, tra le risa, avevano scelto come regalo di Natale per la mamma.
Emanuela Monti si è occupata per molti anni di editing e redazione per le maggiori CE. Specializzata in lessicografia, ha collaborato a importanti opere di consultazione, tra cui il Dizionario della lingua italiana di Gabrielli (Hoepli), e il Dizionario spagnolo-italiano di Laura Tam (Hoepli). Nel 2014, prima al concorso della Scuola di scrittura narrativa del “Teatro Litta” di Milano con il racconto La quiete dopo la tempesta. Ha pubblicato racconti su blog, riviste, antologie e siti web e i romanzi: Cronaca di un mancato Grand Tour (Giraldi, 2008); I Segnati (Giraldi, 2013); Memorie di un’avventuriera (Il Ramo e la Foglia edizioni, 2022). Con la silloge L’anima alla macchia (Luoghi Interiori) ha vinto il “Premio Città di Castello” 2018 per la poesia e col testo Venni in un giorno d’inverno ha ricevuto il “Gran Premio della Giuria Ossi di Seppia” per la poesia inedita (2023). Cura la rubrica letteraria Di parola in parola sul lit-blog Culturificio.

