La veggente

Sine Pagina - La veggente
Immagine realizzata con AI

Racconto di Antonella Perrotta

Clelia aveva imparato a leggere il futuro nelle carte prima ancora di imparare a leggere le lettere dell’alfabeto nell’abbecedario.

Le aveva insegnato nonna Fena. Diceva che sua nipote aveva il dono. Lo aveva visto nel cielo. Al momento della nascita di Clelia, nel mezzo della notte, le nuvole, di un ingombrante color amianto, si erano d’improvviso diradate per lasciare il posto a una luna piena d’argento. Poi, per un istante solo, la luna aveva preso a girare su sé stessa, illuminando ogni angolo del globo, ballando col sole laddove era ancora giorno. In quello stesso istante, Clelia aveva smesso di piangere e si era addormentata attaccata al seno di sua madre.

Da bambina, Clelia aveva ascoltato molte volte il racconto di Fena con gli occhi sgranati, immaginando il roteare della luna e la sua danza col sole. Mai aveva dubitato del contrario: se sua nonna le diceva che era andata così, allora era andata davvero così. E se sua nonna le diceva che aveva il dono della preveggenza, allora lo aveva davvero.

Per Clelia bambina le carte erano un gioco.
La spaventava soltanto la carta dell’Impiccato. Pensava che fosse innaturale togliersi la vita, soprattutto appesi a una corda a testa in giù. Le carte che invece le piacevano di più erano quelle della Regina e del Mondo. Pensava a sua nonna come a una regina e al mondo come al suo spazio. Uno spazio senza limiti, senza tempo, ché il tempo era per Clelia un enorme presente in cui scorgeva ciò che era stato e ciò che sarebbe accaduto.

Quando nel mondo scoppiò la guerra e gli uomini furono mandati a combattere nelle terre infuocate dove il sole batteva sempre e in quelle gelate dove il sole non batteva mai, Clelia aveva sedici anni. Donne affrante, col volto rigato dalle lacrime e l’ansia nel petto, si rivolsero a lei. A decine, in file silenziose e ordinate, bussarono alla sua porta chiedendole di essere accolte e di conoscere il futuro delle loro vite. Volevano sapere dei mariti, dei figli, dei padri, degli innamorati. Erano ancora vivi o erano morti in un campo?

Clelia vide nelle carte corpi dilaniati, occhi sgranati, mani tese, bocche arse, arti mozzati. Vide la terra tremare e inghiottire le sue creature, come avesse sete di sangue e fame di carne. Lesse nella mente assatanata e senza scrupoli di uomini che volevano ammaestrare pure la luna e il sole, le rotazioni del globo terrestre, i confini naturali delle terre e delle acque, la luce e il buio, la vita e la morte, e si servivano di altri uomini per farlo.
Vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere e la carta del Mondo non le piacque più. Non c’era alcuna danza di luce in cielo, solo buio. Non c’era vita in terra, solo polvere e cenere.

Ma non diceva a nessuno cosa vedeva. Stendeva le carte e ingoiava le lacrime. Guardava negli occhi le donne che le ponevano domande e rispondeva che il futuro sta nelle mani e nella testa degli uomini.

“E allora le carte a cosa servono?” le chiedevano.
“A vedere quello che non dovrebbe essere mai,” rispondeva, sperando che la preveggenza potesse servire a scansare un futuro mai certo.
Le donne andavano via poco convinte, portandosi appresso le stesse domande che le avevano condotte da Clelia, chiedendosi se i loro uomini sarebbero tornati, se i figli li avrebbero conosciuti, se loro stesse li avrebbero riconosciuti.

“Non lo voglio questo dono” disse Clelia a Fena. “Dì alla luna di riprenderselo.”
“Non è possibile” sentenziò sua nonna. “Ma si può davvero cambiare il futuro. Hai ragione tu, a questo serve la preveggenza: non a vedere ciò che sarà, ma a vedere ciò che potrebbe essere.”
“Non voglio vedere il futuro. Non riesco a capirlo. Come posso dare risposte se ho anch’io tante domande?”
“Scruta nel passato.”

E allora Clelia lo guardò, il passato. E ci trovò lo stesso odio, lo stesso buio, la stessa cenere, lo stesso sangue, la stessa pretesa di addomesticare e ammaestrare il mondo.
“Le carte non mi mostrano più la luce. Prima era diverso. Perché?” chiese a Fena.
“Sei cresciuta troppo presto. Bisogna coltivare la luce per sconfiggere il lato oscuro del mondo. Pensa alla tua luna, continua a danzare con lei e col sole, come nel giorno della tua nascita.”
“E impedirò al buio di travolgerci?”
“Non so. Almeno non travolgerà te.

Clelia pensò che avrebbe dovuto dire la verità su ciò che vedeva, ché nulla può essere cambiato se prima non è conosciuto. Allora, alle donne che le rivolgevano domande prese a rispondere: “Il futuro è oscuro perché oscura è la guerra.”
Ma le donne le rispondevano che lo sapevano già.

Allora Clelia iniziò a rispondere: “Il futuro sarà oscuro finché ci sarà guerra. Il futuro sarà oscuro finché gli uomini non coltiveranno la luce” e fece del suo dono una missione. Iniziò a vestirsi di bianco, e decise di portare la luce a chi non riusciva più a vederla.

La vedevano girare per i paesi dilaniati dalle bombe, tra le vie che accoglievano detriti e polvere. La videro fermarsi negli angoli nascosti, dove la miseria partoriva figli che pativano la sua stessa fame. E intanto srotolava a terra le carte, come il vento srotola le foglie in autunno, per mostrare cosa sarebbe successo se non si fosse fatto nulla per cambiare il futuro. Alcuni le ridevano in faccia, altri la guardavano timorosi, altri ancora incuriositi. Nessuno la prendeva sul serio.

Non la presero sul serio coloro che la guerra l’avevano voluta ma anche chi non l’aveva voluta, quelli che si battevano il petto nelle chiese e tornavano a peccare un attimo dopo e quelli che non riconoscevano colpe, i possidenti e i miserabili, gli storpi, i ciechi, i sani di mente e i mentecatti. Solo i bambini la seguivano e ripetevano le sue parole come una filastrocca.
Clelia, pallida, col vestito bianco, il fermaglio argento, le carte colorate che nessuno sapeva interpretare, forse neanche lei, era l’attrazione di un circo itinerante, una donna qualunque che vaneggiava per strada di guerra e di futuro, di bene e di male, di luce e oscurità. Una matta.

Una mattina che sapeva dell’incenso sparso nelle chiese, un uomo e una donna vestiti di bianco la presero per mano e le dissero di seguirli, e Clelia si fidò di quegli sconosciuti, vestiti di bianco proprio come lei, pensando che, come lei, coltivassero la luce per sconfiggere il lato oscuro del mondo. Si lasciò portare per mano fino a un caseggiato, un volto di pietra con alberi di cipresso per orecchie, grate di ferro per denti, un portone blindato per bocca, una scritta per cappello: Ospedale psichiatrico Santa Maria di Dio.
Clelia entrò nella bocca senza sapere che l’avrebbe inghiottita. Il dono della preveggenza su di lei non valeva.

I denti di ferro la masticarono e ne ridussero il corpo in una poltiglia senza più forma di donna, senza occhi per vedere e prevedere, senza lingua per parlare e dare risposte, senza orecchie per ascoltare domande, senza fiato né gambe per andare in giro per il mondo, senza vesti bianche e fermagli tra i capelli.

Fena la vide nelle carte. Chiuse gli occhi. Era notte, le nuvole amianto ingombravano e incupivano il cielo, poi d’improvviso si diradarono per lasciare il posto a una luna piena d’argento che, per un istante solo, prese a girare su sé stessa, ballando col sole laddove era ancora giorno.
Il buio non l’aveva sconfitta.
Clelia danzava ancora.    

Racconto già pubblicato su QUATTRO, il foglio letterario n.8/2025, rimaneggiato per Sine Pagina

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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