La portinaia

Sine Pagina - La portinaia
Immagine realizzata con Canva App

Racconto di Emanuela Monti

Meera Pooroypooree?
“Si informano i signori condomini che giovedì 25 marzo la portineria resterà chiusa in quanto la Signora Meera Pooroypooree ha chiesto un giorno di permesso”.
Sì, così diceva il cartello appeso sulla bacheca d’ingresso.

Meera, quindi e non Μoϊрα o meglio Mira, come si pronuncia. Non si scrive come il nome delle dee della mitologia greca e neppure come il diminutivo di altri nomi italiani. Faccio fatica a pensarlo scritto in modo diverso da come l’ho sempre immaginato, però. Sarà perché un giorno, mentre ritiravo la posta nell’androne, avevo sentito la greca in visita al figlio universitario tentare di spiegare qualcosa (qualcosa che, dall’enfasi con cui gesticolava, doveva sembrarle molto importante) in un inglese ellittico prima e in un italiano storpiato poi.

In my language destiny.”
Destiny? What destiny?“, chiese la portinaia.
Destiny, fate, moira, fatto.”
Non capisco. Che mi vuole dire?

La greca non si perse d’animo e intensificò il linguaggio dei gesti, mimando un filo invisibile e un paio di forbici immaginarie – il filo reciso da Atropo, la parca che aveva il potere di troncare di colpo la vita umana? – finché si ricordò di mettere un soggetto all’inizio della frase.

Mira in Greek fate. Means fate, destiny!
Ah, il mio nome in greco significa destino!”
Sì, perbene. Destino.”

La greca era raggiante, dato che il suo sforzo comunicativo era andato a buon fine.
La portinaia invece pareva del tutto indifferente.
Continuava a lustrare il portone d’ingresso. Di tanto in tanto si fermava a ispezionare il panno di lana e guardava compiaciuta la polvere accumulata lungo le pieghe dello straccio. La greca era ancora lì, in piedi, con l’entusiasmo che andava scemando e l’aria sempre più perplessa, ma la portinaia sembrava non accorgersi neppure della sua presenza. Si piegava agile sulle ginocchia e subito si rialzava per poi accucciarsi di nuovo, sempre seguendo il moto del panno di lana sul portone.

È davvero molto agile.
L’ho notato più volte, guardandola lavorare giù in cortile. Ha un corpo asciutto, di proporzioni perfette. E lo sa.
Quando c’è qualche uomo nei paraggi sculetta. Predilige gli idraulici e i muratori, soprattutto quelli che fanno le battute pesanti. La malizia le ravviva lo sguardo ogni volta che si trova accerchiata da un gruppo di uomini in tuta da lavoro, soprattutto se hanno sporcato di terra lo zerbino o hanno violato il regolamento condominiale, lasciando in cortile i sacchi con le macerie. Così ha una buona scusa per rimproverarli e ingaggiare un confronto verbale tutto giocato sui doppi sensi.
Tenere a bada un branco di maschi le dà un piacere evidente.
Ma non per questo Shakespeare avrebbe fatto dire a uno dei suoi personaggi, come il Signore di Cawdor per Lady Macbeth: “Partorisci solo figli maschi! Poiché la tua tempra impavida non dovrebbe generare che maschi.”
È virile, ma non ha la stoffa di una vera Lady Macbeth. Se non altro, Lady Macbeth credeva nei segni, ci credeva al punto di farsene beffare.
Lei non aveva neanche capito perché la greca si fosse agitata tanto, quel giorno. Le era sembrato un fatto trascurabile che il suo nome significasse addirittura “destino“.

La greca invece aveva capito tutto e probabilmente non si sorprese, quando, quel pomeriggio stesso, un’automobile lanciata a folle velocità la travolse sulle strisce pedonali e troncò di netto il filo della sua esistenza.

Emanuela Monti si è occupata per molti anni di editing e redazione per le maggiori CE. Specializzata in lessicografia, ha collaborato a importanti opere di consultazione, tra cui il Dizionario della lingua italiana di Gabrielli (Hoepli), e il Dizionario spagnolo-italiano di Laura Tam (Hoepli). Nel 2014, prima al concorso della Scuola di scrittura narrativa del “Teatro Litta” di Milano con il racconto La quiete dopo la tempesta. Ha pubblicato racconti su blog, riviste, antologie e siti web e i romanzi: Cronaca di un mancato Grand Tour (Giraldi, 2008); I Segnati (Giraldi, 2013); Memorie di un’avventuriera (Il Ramo e la Foglia edizioni, 2022). Con la silloge L’anima alla macchia (Luoghi Interiori) ha vinto il “Premio Città di Castello” 2018 per la poesia e col testo Venni in un giorno d’inverno ha ricevuto il “Gran Premio della Giuria Ossi di Seppia” per la poesia inedita (2023). Cura la rubrica letteraria Di parola in parola sul lit-blog Culturificio.

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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