La 500 di mia madre

Sine pagina - La 500 di mia madre
Immagine di pcdazero da pixabay (download gratuito da Canva App)

Racconto di Antonella Perrotta

La 500 di mia madre era bianco latte.
Aveva anche un portabagagli. Lo usava per le valigie. Le legava con lo spago e andava.
Dalla Sicilia, per trazzere polverose ché le strade in Sicilia quelle erano. Attraversando lo stretto e poi per le trazzere di Calabria, polverose anch’esse, costeggiavano campi di cipolla dove contadine formose zappavano tutto il giorno, misale addosso, maccatùru in testa, schiena piegata, faccia rivolta a terra. “Ma come facevano a stare tutto il giorno faccia sotto?” se lo chiede ancora, mia madre, eppure anche lei conosce la vita di campagna ché suo padre, mio nonno, teneva gli oliveti e gli agrumeti in Sicilia.

“In Calabria c’è pieno d’acqua” dice ancora mia madre e lei, dal finestrino della 500, a guardare tutta quell’acqua si riempiva gli occhi ché in Sicilia d’acqua ce ne sta poca. Suo padre, mio nonno, lo sapeva bene. Lo diceva sempre che la cosa più preziosa è l’acqua.

Curva dopo curva, un po’ in salita, un po’ in discesa, la Provinciale con l’ambizione di autostrada, quella che ancora non hanno costruito, ma costruiranno, l’autostrada del Sole, quella che mai finiranno ché l’incompiuto in Calabria è normalità. Incompiuto senza aspirazione di compiutezza, senza la bellezza dell’arte incompiuta. Incompiuto e basta. Per noia, per rassegnazione, per tanto chi ce la fa fare, perché sono finiti i soldi e non si sa in quali tasche.

Le valigie sballottavano a ogni curva, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Dovevano esserci, però, ché il viaggio durava dieci ore, mica si poteva fare avanti e indietro, Sicilia-Calabria, Calabria-Sicilia. Bisognava andare e restare.

Dieci ore, il sedere piatto e i crampi alle gambe, nessun autogrill in cui ristorarsi e andare in bagno, la pipì in qualche campo nascosto da sguardi indiscreti, un panino mangiato in fretta a bordo strada.

L’incognita del viaggio.
L’incognita dell’arrivo.
L’incognita della permanenza.
La vita è piena d’incognite, nessuna certezza, solo il coraggio del viaggio, solo il coraggio del cambiamento.
“Perché lo fai? Tenevi un fidanzato con lo stipendio, lo sposavi e ti risparmiavi partenza, viaggio, cambiamento, incognite, fatica …” le diceva qualcuno. Ma mia madre aveva comprato la 500 a rate, aveva pagato soltanto la prima, le altre ancora doveva pagarle, aspettava il primo stipendio. Mia madre aveva la capa tosta. A lei la fatica non faceva paura e manco le incognite e manco il cambiamento. Questo pensava, curva dopo curva, e chissà cosa avrebbe trovato dietro l’ultima.

Trovò un paese di case di pietra, arroccato sulla collina in posizione difensiva, il mare ai piedi ad accarezzare la costa morbida.
“Signurì, bona vinuta! Signurì, bona truvata!” le disse il parroco.
Trovò la proprietaria della camera che aveva preso in affitto, l’unica che la guardò in cagnesco. “Pagherà ‘sta forestèra?” probabilmente si chiese nel vederla la prima volta, ma non lo disse. La squadrò e basta. L’avrebbe scoperto col tempo. Le mostrò la camera. Cucina non ce ne stava, bisognava arrangiarsi in quella comune. Il bagno, invece, non era in comune. In quello della stanza di mia madre ci stava solo il water e una vaschetta con un rubinetto per lavare i panni. L’acqua a volte mancava. Diciamo, spesso. Ma come è possibile? La Calabria è piena d’acqua! Mia madre l’aveva vista durante il viaggio.

Pure il farmacista e il sindaco salutarono con tutti gli onori la signurì siciliana che avrebbe insegnato nella scuola del paese. Scuola media, frequentata da ragazzi e ragazze che adolescenti non erano più, ma erano già in età da matrimonio e, magari, si sarebbero sposati ancor prima dell’esame di terza.

“Signurì, bona vinuta!”, “Signurì, bona truvata!” ripetevano, rivolgendosi con quel voi che a mia madre non era familiare e mai sarebbe riuscita a usare. Il lei è presuntuoso, antipatico, supponente. Lo diceva anche mio nonno, il padre dell’uomo che poi avrebbe sposato. “Sto cazzo del vizio del lei …” diceva.

La 500 di mia madre era bianco latte. Prese una curva malamente. Si sfasciò.
Quella curva, mia madre la guarda ancora quando ci passa. Sta alla fine del paese. È stretta, un imbuto, è un ponte con sotto l’acqua, è la tomba della 500.
La fine di un viaggio. La permanenza.

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Chi sono

Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.
Se ti va, puoi seguirmi sui miei profili social.

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Mi chiamo Antonella Perrotta. Nasco in Calabria la sera che precede il Lammas da madre siciliana e padre calabrese. Osservo, ascolto, leggo, scrivo, amo la Storia e le storie, il narrare e il narrarsi, ma non sopporto il chiasso e il chiacchiericcio. Sono autrice dei romanzi Giuè e Malavuci (Ferrari Ed., 2019, 2022) e di racconti pubblicati in volumi collettanei, blog e riviste. Performer dei miei testi. Fondatrice del blog Sine pagina.

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