Racconto di Marina Aureli
Per Costanza era una notte oscura.
Ne aveva attraversate molte, ma questa era diversa.
Le braccia sudate e la nausea delle maree.
Senso di vuoto e un’immensa solitudine.
Chissà quanto sarebbe durata stavolta.
“Ti abituerai” si diceva, aspettando che il sole sorgesse.
Si alzò dal letto, si guardò allo specchio. Conosceva ogni ruga del suo volto. Sfiorò la piccola cicatrice sopra lo zigomo, ne aveva fatto uno stile.
Si rivide bambina: aveva poco più di sei anni, forse sette. La nonna l’aveva lasciata in un istituto, uno di quelli per bambini soli. Aveva con sé soltanto Eva a consolarla. Almeno finché non le separarono. Le istitutrici dissero che le avrebbero dato una nuova bambola. Ma lei voleva la sua.
Voleva Eva.
Ne conosceva ogni cucitura, i fili rosa per capelli, le scarpe scucite.
Aveva spiato la suora che la portava via, sapeva dove l’avrebbe potuta recuperare. Fingeva di giocare con la nuova bambola e, quando nessuna la guardava, come in un rito antico, la infilzava con gli spilli.
Capitava spesso che ricordasse e si sentisse vuota.
Abbandonata ancora una volta. Erano le sue fragilità a risvegliare i fantasmi, anche se aveva imparato a tenerli a bada e faceva in modo che nessuno se ne accorgesse per mantenere la reputazione che s’era costruita nel tempo.
Ma il passato non era mai andato via. Ricordava tutto, anche la donna che non aveva avuto pietà per lei.
Ricordava bene, Costanza: faceva caldo quel giorno, quando il merlo fuggì. Lei se ne stava seduta sui gradini delle scale, aveva finito i compiti, indossava il suo bel vestitino a fiori. Non si era sporcata, era stata brava. Ma non era bastato, non bastava mai.
“Non riavrai mai Eva!”, il ghigno della suora.
Costanza aveva sorriso di nascosto. Lei sola sapeva che Eva stava in una scatola nascosta. Era riuscita a recuperarla.
Ma ora non c’era tempo per i ricordi. Doveva prepararsi per uscire, aveva diversi incontri lavorativi. Le era costata molta fatica arrivare dov’era e il suo successo smuoveva curiosità, invidie, ripicche. Tutti la conoscevano con il nome di Costanza, la donna di successo sicura di sé. Nessuno era a conoscenza del suo passato e della sua vera identità. Nessuno doveva conoscerli. Anche la notte in cui s’era ripresa Eva doveva rimanere un segreto.
Ma poi, la sera prima, una telefonata. La voce di una donna la riportava lì, nell’istituto in cui era stata abbandonata, dove Eva le era stata sottratta, dove l’aveva recuperata. Doveva metterla a tacere.
Eva era l’unica a poterla tradire. Se ne stava ancora nascosta nell’armadio, custodita con cura in una scatola antica col fiocco dorato delle cose preziose. Quella sera, Costanza sciolse il nastro e aprì la scatola, prese in mano la bambola, ne tastò la stoffa consumata del vestito, le spazzolò i fili rosa dei capelli. Si accorse che le mancava una scarpa.
Richiuse la scatola, badando bene a stringere il nastro.
Si asciugò le lacrime.
Era la decisione più sofferta della sua vita. Erano sempre state insieme, ma non poteva più rimandare: doveva liberarsi di Eva, che conosceva le sue cicatrici una ad una. Se non l’avesse fatto, quella donna, quella della telefonata, avrebbe potuto toglierle tutto.
Aspettò il buio di una notte senza luna. Si mise in macchina. Eva era lì, sul sedile. Capiva. Costanza scese dalla macchina con la scatola tra le mani e le diede fuoco. Rimase a guardare le fiamme prendersi Eva, i suoi capelli di lana rosa, il suo vestito consunto, l’intero passato. Rimase solo un mucchietto di cenere e una scarpetta scucita.
Forse quella sarebbe stata l’ultima notte …
Marina Aureli è un’operaia di 53 anni da sempre appassionata di lettura e scrittura. Impegnata in campo culturale, anche grazie ai social ha avuto l’opportunità di conoscere autori e le loro opere e di relazionare e moderare eventi letterari.

